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Fondata sul lavoro?

Fondata sul lavoro?Quando i padri costituenti sancirono nell’articolo 1 che la Repubblica Italiana è “fondata sul lavoro” intendevano il lavoro come valore, appunto costituente, prima ancora che come diritto.

Con il passare degli anni il lavoro è diventato fondamento della Repubblica in un altro senso: quello di chi sostiene e mantiene il Paese.

Pierre Carniti, non certo un pericoloso estremista, segnalava un verità troppo spesso dimenticata, ovvero che gli ammortizzatori sociali in Italia sono a carico del lavoro perché gravano sui contributi e le tasse aumentando il cosiddetto cuneo fiscale e comprimendo così le buste paga, mentre in altri paesi europei sono a carico della fiscalità generale, quindi di tutta la società in modo proporzionale e progressivo alla ricchezza.

Questa ad esempio è una delle cause del differenziale nel salario netto dei lavoratori italiani rispetto ai tedeschi: le loro buste paga sono meno tassate.

Una scelta schiettamente di classe: i lavoratori devono arrangiarsi a pagarsi la propria rete di protezione anche quando essa è a vantaggio dell’impresa come nel caso dell’abuso della cassa integrazione, mentre altri, padroni e governo in primis, decidono come usare quei soldi e si permettono anche di fare la morale ai soliti lavoratori troppo garantiti che ne abuserebbero.

In occasione della riforma Fornero si intendeva rivoluzionare (ma solo un po’) il sistema degli ammortizzatori sociali con la solita scusa di dover rompere la famosa cittadella irraggiungibile dei garantiti per far entrare in quel magico mondo i poveri giovani precari.

Tutta fuffa.

La platea di chi usufruirà della Aspi (da quel che si può capire ad oggi), che già nel nome “assicurazione” svela che diritti e garanzie saranno ancora a carico degli stessi lavoratori che dovranno pagarsela, sarà poco più ampia di chi ora usufruisce della mobilità ma di durata decisamente minore e se a ciò si aggiunge la cancellazione della cassa integrazione per cessazione e fallimento, la perdita diviene secca.

I concretissimi compagni toscani della Cgil hanno fatto due conti simulando l’applicazione della riforma a regime con la attuale situazione congiunturale del mercato del lavoro. Ne risulterebbe per la sola Regione Toscana 10.000 lavoratori senza copertura di ammortizzatori e una perdita di reddito di 180 milioni in un anno.

Insomma la ricetta Monti-Fornero punterà anche magari a rendere più “fluido” il mercato del lavoro (tutto da dimostrare con quale utilità peraltro), ma nella sostanza si tradurrà in un taglio delle spese complessive per gli ammortizzatori sociali.

Ma essendo che ciò non comporterà una conseguente riduzione della tassazione e contribuzione sulle buste paga dei lavoratori (anzi) questa manovra si tradurrà automaticamente in un ulteriore redistribuzione al contrario della ricchezza in questo Paese: dal lavoro verso la rendita ed i profitti.

Il capolavoro finale, anche se temo non sia ancora finita, è l’inserimento del pareggio in bilancio in Costituzione che, come sostiene giustamente Vladimiro Giacché, significa che Keynes diventa fuorilegge (come la ricostruzione del partito fascista per dire), significa che non si potrà più investire, significa che chi vuole dei diritti dovrà pagarseli.

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